XIII Redattore Sociale 1-3 dicembre 2006

Sotto il tappeto

Il coraggio uno se lo può dare

Testimonianze di Marisa Galli e Dorina Tadiello. Conduce Marino Sinibaldi

Marino SINIBALDI

Marino SINIBALDI

Direttore di Rai Radio Tre, dove ha lavorato per molti anni inventando e conducendo, tra l’altro, la trasmissione “Fahrenheit”. Dalla prima metà degli anni 1980 collabora in veste di autore e conduttore a programmi culturali radiotelevisivi della Rai. Dal 2014 al 2017 è stato Presidente del Teatro di Roma. È tra i fondatori della rivista "Linea d'ombra"; è autore di saggi di storia e di critica letteraria, collabora con quotidiani e periodici. Ha pubblicato nel 2014 per Laterza il libro “Un millimetro in là. Intervista sulla cultura” (a cura di Giorgio Zanchini). 

ultimo aggiornamento 10 ottobre 2018

Marisa GALLI

Marisa GALLI

Nata nel 1930, disabile, è tra le fondatrici della Comunità di Capodarco. 

ultimo aggiornamento 01 dicembre 2006

Dorina TADIELLO

Dorina TADIELLO

Suora comboniana, medico, è stata molti anni in missione in Uganda. E vicaria generale dell’ordine.

ultimo aggiornamento 01 dicembre 2006

Marino Sinibaldi*

Nella vostra cartellina trovate un foglio con una lista di coraggiosi o persone da incoraggiare così come Jovanotti li nomina uno dietro l"altro nella sua canzone che abbiamo appena ascoltato. Praticamente è l'elenco completo dei coraggiosi, un elenco abbastanza bizzarro che a noi servirà per due scopi ben precisi. Anzitutto per definire le vostre idee di coraggio: potete infatti indicare negli appositi quadratini quelle che voi considerate le 5 categorie di coraggiosi con relativo voto e poi in basso avete tre righe dove potete aggiungere le vostre categorie e superare la fantasia onnivora di Jovanotti. Domenica vedremo i risultati raggiunti, chissà se riusciamo a raggiungere un risultato più certo di quello delle elezioni politiche in Italia… Inoltre questo elenco serve ad per dimostrare quanto sia sfuggente il sentimento del coraggio, questa forza morale per essere più precisi. 

Addentriamoci adesso nel seminario vero e proprio; quest"anno, dopo l'Ascolto e la Meraviglia, in qualche modo con il Coraggio si chiude la trilogia delle parole chiave o qualità perdute, come le abbiamo denominate. Nell"edizione del seminario del 2004 abbiamo analizzato l'ascolto con l"antropologa Marinella Sclavi che ci ha descritto un decalogo, in realtà un ettalogo ossia sette leggi sull'ascolto.L'anno scorso, a proposito di meraviglia, abbiamo largamente citato la cattiva meraviglia di cui è pieno il racconto che i nostri media, e non solo essi ma tutta la fiction e forse la letteratura, fanno; possiamo dire che c'è una buona e una cattiva meraviglia. Quest'anno col coraggio la questione è ancora più complicata, secondo me, nel senso che è un sentimento veramente scivoloso, ma ugualmente necessario da esaminare in una edizione dedicata ad Anna Politkovskaia; chiaro, comunque, che parleremo di varie forme di coraggio, anche di quello meno assoluto, ma più quotidiano rispetto a quello della Politkovskaia.

Il coraggio ha un'ambiguità immediata. Già nel modo in cui parliamo attribuiamo alla parola coraggio un significato positivo oppure negativo, infatti diciamo: "c'è voluto coraggio per fare una cosa"; la stessa parola però ha un'accezione negativa quando diciamo: "certo c'è voluto un bel coraggio per dire o non dire". Nel campo dell'informazione ci vuole sicuramente coraggio per dire delle cose, ma ci vuole anche un bel coraggio per non dirle. Ci sono casi in cui occorre veramente un grande coraggio a nascondere delle realtà e qui la metafora del tappeto è indicativa. Posso fare un esempio su un fatto di qualche giorno fa che riguarda una di quelle grandi tematiche che l'informazione, la comunicazione e anche la narrazione del nostro tempo mette sotto il tappeto; mi riferisco alla realtà degli infortuni sul lavoro. Ci sono 3 o 4 morti ogni giorno in Italia, 1200-1300 persone l'anno ed è una realtà che va tutta sotto il tappeto. Due giorni fa verso mezzogiorno è uscita una notizia a televideo di un incidente sul lavoro avvenuto in un paesino dell'Irpinia dove è scoppiata una bombola mentre degli operai edili stavano saldando, un incidente tra l'altro anche tecnicamente molto simile a quello di pochi giorni prima in un oleificio umbro. Il Redattore Sociale ha avuto coraggio a dare questa notizia, noi a Radio Tre abbiamo dedicato una puntata di Fahrenheit a questo argomento; anche La Repubblica aveva dato la notizia, allora mi sono detto: "certo hanno avuto coraggio questi giornalisti". Il giorno dopo però sul giornale di tutta la storia dell'incidente sul lavoro non c'era più nulla. Ho pensato allora che c'è voluto coraggio a non dire più nulla. La storia degli infortuni sul lavoro è tutta così. 

Coraggio, dunque, è una parola ambigua, per un'ambiguità interna, perché tende sempre a scivolare, rischia sempre di scivolare in avanti o indietro, in avanti verso l'arditismo, cioè verso una forma di audacia ossessiva, eroica o superomistica, svicola continuamente così. Va all'indietro oppure si rattrappisce in testimonianza morale, anch'essa probabilmente si ritrae insomma in una forma sterile, chiusa; sono due forme di coraggio in qualche modo fini a sé stesse, non ignobili, tutte e due narcisiste, tutte e due eroiche.Il coraggio di andare avanti per un'audacia personale e ardita e anche il coraggio della resistenza morale, della testimonianza morale, sono due forme non ignobili, ma molto limitate e molto ambigue di coraggio. Io dico subito che per me il coraggio di resistere è importante nell'informazione; in Rai per esempio in questi anni è stato importante il coraggio di resistere, anche se si rischia troppa enfasi…resistere, resistere, resistere…ma non basta, anzi è un coraggio equivoco; intanto perché è il coraggio di chi è dentro e resiste difendendo qualcosa e probabilmente anche qualcosa di nobile che sono i suoi valori e poi anche perché trascura il luogo principale del coraggio.  

Il luogo del coraggio è il campo aperto, la prova del coraggio non è dire, o non è solo continuare a dire ciò che si diceva  e dire il contrario di ciò che si dice abitualmente, come fa appunto un giornalista in trincea; il vero coraggioso è quello che dalla trincea esce non per arditismo, cioè non per sfidare il fuoco nemico, né per dare testimonianza morale, ma per vedere qualcosa che non ha visto, che non hanno visto gli altri, per raccontare qualcosa che gli altri non raccontano. Sembra praticamente la più semplice, ma la meno praticata e la più necessaria delle qualità del racconto e dell'informazione, e questo è il vero coraggio. In qualche modo il coraggio di Anna Politkovskaia consisteva in tutto ciò, una testimonianza morale, un forte coraggio personale, dell'audacia se vogliamo. Anna si travestiva da cecena in Cecenia, adoperava tutti gli strumenti, però la cosa più importante è che raccontava qualcosa che gli altri non facevano, andava nel campo aperto, nelle zone dove non c'è luce, dove non c'è voce, dove non c'è campo, detto con la metafora telefonica che secondo me è la più adeguata per indicare il posto dove si vede il coraggio dell'informazione.  

Potremmo continuare con molte riflessioni su questo argomento, invece ora vi proponiamo due storie che vengono apparentemente da luoghi molto diversi di quelli della professione giornalistica, perché la storia di Marisa Galli e di Dorina Tadiello, non sono storie di professionisti dell'informazione, eppure hanno moltissimo da comunicare e ci raccontano zone, non un termine solo naturalmente geografico o fisico, che non raccontiamo, che la nostra informazione trascura; sono, secondo me, lo dico sottovoce perché non vorrei imbarazzarle, veramente delle grandi testimonianze di coraggio anche personale.  

Marisa ha 76 anni anche se non li dimostra, e ha una tetraparesi spastica dalla nascita;  46 anni fa, quando ne aveva 30 ha incontrato don Franco ed ha avuto il coraggio di sognare una cosa che adesso si chiama Capodarco. Ha avuto il coraggio di crederci. 

Dorina Tadiello è una signora del nord Italia, è cresciuta tra Verona e Varese. È un medico specializzato in ostetricia, quindi ha la vocazione a dare vita alle persone. E' andata in Africa dove ha fatto due anni di volontariato e a 32 anni è diventata suora comboniana. E' rimasta in Uganda per una ventina d'anni. Dorina ha avuto il coraggio di andare in Uganda ed anche il coraggio di condividere qualcosa, essenzialmente il coraggio di dividere le proprie competenze e le altrui sofferenze.

Marisa e Dorina hanno problemi diversi come scopriremo. 

Marisa Galli*

Tanto pubblico m'imbarazza un pò, però cercherò di far uscire il coraggio, quel coraggio di vivere appunto perché non è stato uno scherzo affrontare la mia situazione ossia quella di essere coscienti fin dall'infanzia dei propri limiti fisici. Si pensa di risolvere tutto quando uno è adulto, poi ci si accorge che questo non è un problema superabile e c'è da affrontare tutto il resto, tutto il resto di una persona che nasce in un ambiente di campagna, da una famiglia che aveva appena il necessario per vivere. Il fatto di non poter andare a scuola come gli altri bambini e il fatto che poi si diventa adolescenti e cominciano le prime esigenze affettive, comincia tutto quello che generalmente vive un giovane quando ha la possibilità di realizzare ciò che sogna; invece, quando sei in queste condizioni, diventa tutto proibito e non riconosciuto dagli altri, questo è il dramma più grosso. È vero che ci sono difficoltà sul piano fisico, è vero che le soluzioni su quel piano non si possono inventare o cercare, però è anche vero che si tende a cancellare del tutto l'interiorità delle persone con i miei stessi problemi, veniamo defraudati di tutto, perlomeno allora, ai miei tempi. Venivamo defraudati della socialità, dallo studio, dai sentimenti, perché si nega, si nega pure il possibile perché uno ha paura dei coinvolgimenti. E queste sono esigenze naturali come per tutte le persone. 
Quando ho incontrato don Franco avevo 29-30 anni ed avevo già riflettuto sul fatto che se ero intelligente dovevo sfruttarla questa intelligenza, perché altri non subissero quello che avevo subito io. Se davvero ero sensibile, perché con la sensibilità ci si nasce e poi si affina a seconda delle esperienze della vita e sapevo che era un'esperienza singolare questa, mi doveva servire per fare delle scelte autentiche. Io volevo mettermi nei panni degli altri, aiutarli a superare certe difficoltà che sono superabili, è solo che la gente non ci pensa, non fa niente in questo senso perché non conosce e non conoscendo scarta ogni possibilità. Allora quando don Franco ci propose di fare questa scelta di vita non ha fatto nessuna fatica per coinvolgermi. 

Marino Sinibaldi

Don Franco ha cominciato contattando 13 persone che aderirono al suo progetto. Marisa ci ha già accennato il tema del coraggio dei sentimenti, chi ha il coraggio di andare oltre il proprio corpo, poi di un altro straordinario scatto di coraggio che è questo di prendersi cura degli altri, a partire dalla propria condizione, dalla ricchezza della propria condizione. 

Marisa Galli

Eravamo ragazzi giovani che volevano uscire da una situazione, da una specie di tunnel da dove non se ne esce più, perché lo Stato non ci pensa, perché i familiari nonostante l'affettività non possono garantire niente, manca l'adeguata assistenza perché gli altri non ci avvicinano. E allora come si fa ad uscirne? Don Franco ha creduto che mettendo in comune le potenzialità di ciascuno, si poteva diventare una forza e noi la sentivamo questa forza e abbiamo immesso tutto dentro, coinvolgendoci appieno; alla fine è stato don Franco in un certo senso ad essere stato da noi costretto, dopo aver sollevato il polverone e messa su teoricamente una ipotesi, è stato da noi assillato perché la realizzasse, col nostro contributo naturalmente, però certo abbiamo accelerato i tempi.

Entrando in questo contesto ho avuto la possibilità di immettere tutto quello che avevo in me. Purtroppo 50-60 anni fa c'era la mentalità che se uno stava in carrozzina è anche poco intelligente, si abbinava l'handicap fisico a quello mentale, la gente non lo capiva, per cui si faceva doppia fatica a farsi intendere, c'era addirittura la vergogna, sembrava quasi un castigo di Dio. La mia famiglia, da cattolica, ha preso questa storia con rassegnazione. La rassegnazione significava accettare tutto, senza far niente, secondo quella mentalità che ogni cosa veniva dal cielo, ma credo che pure adesso nel mondo cattolico si pensa così, la croce è predicata per la croce, mica indica ai cristiani di fare qualcosa per ridurre le sofferenze, manco per niente, no? Tu soffri e dopo nell'al di là c'è il Paradiso. Quello ci dicevano e ci hanno detto, tanto è vero che quando predicava il vescovo di Loreto io pensavo, pure se cattolica, che quello non ha avuto mai il raffreddore, sennò perché diceva che più soffrivo e più Dio mi era vicino…

Qui finisce la parte comica della storia.   

Marino Sinibaldi

Dorina è andata nel nord dell'Uganda dove da 20 anni c'è una guerra, una guerra civile, con i bambini soldato, un dittatore, le armi, gli occidentali forse coinvolti… e poi c'è l'Aids. È uno dei luoghi con più alta mortalità del mondo, una diffusione endemica. C'è stata anche un'altra epidemia allucinante, quasi sconosciuta da noi, l'epidemia di Ebola. Vorremmo sapere da te, Dorina, come si finisce in Uganda, come si sceglie quel posto, con quale sentimento, io dico coraggio, ma potete dare dei nomi diversi naturalmente alle vostre storie. 

Dorina Tadiello*

Io sono approdata per la prima volta in Uganda quando ancora non ero suora comboniana; mi sono laureata in Italia, mi sono specializzata e ho voluto fare un'esperienza in un paese dell'Africa e sono finita in Uganda per 2 anni. Sono stata lì, è stata per me un'esperienza che mi ha toccato profondamente; sono poi rientrata in Italia in un momento in cui dovevo poi decidere della mia vita. Fondamentalmente mi sentivo molto arrivata nel senso che ero riuscita a laurearmi e dato che vengo da una famiglia contadina, i miei erano mezzadri del Veneto che poi si sono spostati in Lombardia, una famiglia povera nelle origini, arrivare alla laurea, alla specializzazione, non era cosa da poco.

Era arrivata anche l'esperienza dell'amore, infatti mi ero innamorata, conoscevo una persona che mi piaceva molto, era quella che insomma tutti sogniamo da piccolini, piaceva molto anche alla mia famiglia e devo dire che a un certo punto, quando mi sembrava di avere avuto tutto quello che uno poteva sognare, ho sentito che mi mancava qualcosa di grande, che sognavo qualcosa di più grande e quindi ho vissuto un tempo molto, molto difficile, un tempo di ricerca, un tempo di dubbi…mi dicevo…ma forse ti sei messa in testa te delle cose incredibili… la mia famiglia diceva: ma Dorina, ma sposati…ma che cosa ti manca? Ti passerà tutto il resto…. Insomma… io ho vissuto un tempo devo dire molto sofferto, il più sofferto della mia vita e poi alla fine un giorno ho deciso e ho detto basta, ho deciso, ho detto voglio finire e seguire quello che sento dentro in profondità. 

Ho fatto questo passo di entrare nell'istituto delle suore comboniane e devo dire che il giorno che sono arrivata nel convento, dopo anni di lotte e sofferenze, in cui ho pianto molto, ho messo la mia valigia per terra dentro una stanza che era tutta vuota con un solo letto e un piccolo armadio, e in quello stesso istante ho sentito una cosa così grande, una felicità così grande dentro di me che ho detto: Dorina, per il resto della tua vita questo posto non lo lascerai mai più! Qui è dove sento di essere finalmente me stessa, di essere approdata finalmente in un posto che sento il mio. E devo dire che da lì in poi, fino ad adesso, è stato un capire che questo era davvero il mio posto, questa è stata la mia felicità. In seguito i miei superiori mi hanno assegnato all'Uganda, noi non scegliamo quasi mai, qualche volta possiamo esprimere magari delle opinioni dei desideri, ma lì sono stata assegnata e così sono partita e sono rimasta 18 anni. 

Marino Sinibaldi

La differenza tra le due storie è anche in questa semplicità con cui Dorina riassume. Dorina vorrei chiederti, come si fa il missionario tra i bambini soldato? 

Dorina Tadiello

Io sono arrivata in Uganda quando c'era già una guerra che è considerata oggi dai funzionari dell'Onu una delle più grandi crisi umanitarie del pianeta, una guerra che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti, ma nel silenzio più assoluto, una guerra fatta di grandi tragedie e di cui non si è parlato. Pensiamo ai bambini soldato, pensiamo alla violenza sulle donne, pensiamo ai campi profughi dove hanno messo il 90% della popolazione del nord, posti che sono dei veri e propri lager, dove la gente è tenuta al limite della sopravvivenza e dove lotta da 20 anni per resistere, per ritornare alla loro terra, una delle più fertili del nord Uganda. Io in questa situazione mi sono trovata dentro con la gente a cercare di capire. La gente diceva: "da noi le guerre sono sempre durate una settimana o due e com'è che questa guerra dura da 20 anni? Perché? Perché non finisce? Perché dobbiamo pagare questo prezzo così alto?" Veramente il dramma è enorme se noi pensiamo a quello che la gente ha sofferto. La gente che continua a scappare, si vive una situazione di estrema precarietà ed estrema difficoltà.  

Tutte le notti eravamo costretti a scappare, la gente andava a dormire verso il centro città, e io andavo con loro, passavo la notte con loro a dormire sul marciapiede, così, anche per ascoltare le loro storie, per condividere la loro situazione e poi soprattutto i bambini, venivano portati via, addestrati alla guerra… Migliaia e migliaia di bambini si riversavano nel centro città e dormivano sui marciapiedi, nelle piazze,  pensando di essere un pochino più protetti, ho cercato di passare le notti con loro, perché mi sembrava buono che per questi bambini alla sera ci fosse un adulto, dato che spesso i genitori erano a casa a proteggere quel poco che avevano. I bambini si sedevano e aspettavano una storia, stavano lì ad ascoltare, e a me sembrava molto importante che finissero la giornata ascoltando anche qualcosa di buono. Passavo queste mie serate con loro e anche con le donne, con molte donne dei campi profughi, dove spesso uomini e donne vengono separati.

Per me la cosa più importante è stato conoscere la forza morale di queste donne, di come per tanto tempo e per tanti anni hanno tenuto viva la speranza della vita, hanno continuato a dare vita. Nei campi profughi la notte ogni tanto capivano che gli uomini si lasciavano andare ubriacandosi dimostrando di non sapere reagire alla tragedia.

Le donne la notte facevano la lista dei loro bambini rapiti e parlavano ai loro figli lontano da casa a cui non sapevano cosa succedeva, si sapeva soltanto che subivano delle violenze veramente incredibili, inaudite, che non si possono neppure raccontare; i bambini venivano terrorizzati e puniti con delle pratiche severissime, in modo tale che poi ubbidissero ciecamente a qualsiasi ordine. I bambini raccontavano delle cose terribili del tipo che venivano costretti a mangiare un loro compagno vivo, venivano costretti a fare delle cose veramente impressionanti.  

Ricordo una volta che ci fu una manifestazione organizzata dalle donne contro la guerra e allora una di loro diceva: "Noi donne abbiamo subito ogni forma di violenza in questa guerra, non ci è stato risparmiato niente. Siamo state violentate, ci hanno ucciso i mariti, ci hanno portato via i figli, i nostri figli sono ritornati ad uccidere i nostri stessi figli; la Bibbia dice che Rachele piange i suoi figli perché non ci sono più, ma il nostro dramma è ancora più grande, perché i nostri figli vengono uccisi poi dai nostri figli. Tutto abbiamo passato, ma noi continuiamo a sognare la pace, vogliamo la vita. E perché venga questa vita noi donne che abbiamo subito la violenza, chiediamo prima di tutto il perdono, noi lo offriamo il perdono per quello che è avvenuto, vogliamo che finisca questa spirale di violenza e di odio. Io qui davanti a tutti dico che voglio benedire e per noi la benedizione è una cosa che si fa in particolari condizioni". Allora in un silenzio incredibile, tutti con la pelle d'oca così alta ha continuato "Io chiedo la benedizione per chi ci ha violentato, per le loro famiglie, per i loro figli, per tutto il loro bestiame". Credo che questo sia stato un momento che ha toccato in profondità e ci ha lasciato così un momento di grande commozione. Io penso al coraggio di queste donne che non si sono mai arrese, ma che hanno saputo dire anche quali sono le vie della pace, il coraggio grande di dire: "io perdono, ma anche benedico". E so di che cosa parlo. 

Marino Sinibaldi

Avevamo lasciato Marisa all'accoglienza 28 anni fa… 

Marisa Galli

Io mi occupavo dell'accoglienza e ho seguito diverse storie dure come le vicissitudini di una ragazzina che aveva come unica alternativa l'ospedale psichiatrico dove la mamma era stata ricoverata alcuni anni prima; eravamo nel periodo della legge Basaglia e così non la potevano portare neppure lì. Era una ragazza che andava sorvegliata di notte e di giorno, non poteva stare un'ora sola, una bambina che aveva subito tante difficoltà, per cui la diagnosi della neuropsichiatria infantile era schizofrenia. Tutto l'ambito familiare, inoltre, l'aveva sempre rifiutata.

La bambina aveva cominciato a star male mentre la mamma entrava ed usciva dall'ospedale psichiatrico, gli esperti dopo ci hanno detto che aveva una fragilità psicologica e in quel momento avrebbe dovuto essere tutelata e protetta, invece è stato tutto un taglio dei suoi rapporti affettivi. A un anno e mezzo è stata internata nell'Istituto per bambini Lido dei Pini, poi a 6 anni, siccome non erano stati capaci di interessarla alla scuola, gli hanno cambiato istituto tagliandole nuovamente i rapporti instaurati.

L'hanno portata al Santa Rosa dove c'era un'équipe che aiutava i bambini e hanno cominciato ad inserirla dentro la scuola, ha frequentato fino alla quinta elementare, però i problemi aumentavano, lì due sole suore dovevano stare accudire 50 bambini… È andata peggiorando sempre più; il padre, che era un posteggiatore, l'andava a prendere dentro l'istituto i giorni di festa e la portava fuori. La portava fuori, le comprava qualcosina, cercava di compensarla con delle cose materiali e la bambina quando la riportavano dentro l'istituto urlava e strepitava e non ci voleva più stare. Sennonché una famiglia che abitava vicino all'istituto, nel vedere quelle scene,  si è proposta di prendersela in casa con loro, ma anche questa prova è andata male, la bambina si metteva negli angoli, era sempre depressa. Alla fine il padre l'ha presa e l'ha portata a Napoli, a Secondigliano…

Spesso mi sono trovata ad affrontare situazioni difficili, ma spesso ho dovuto farmi forza, come nella situazione di Maria Pia quando mi sono trovata di fronte al bivio di dover accettare una ragazza con problemi psichiatrici; io non avrei mai voluto questi coinvolgimenti e tanto meno quelli dell'handicap mentale, poi, però, mi sono detta: se gli altri hanno sostituito le mie gambe e le mie braccia, risolvendo gran parte dei miei problemi, dando senso alla mia vita, io non mi posso rifiutare, e mi sono lasciata coinvolgere. Il fatto di essere cosciente di dovere molto agli altri ha inciso profondamente nella mia esistenza, perché io ho bisogno di altre persone per alzarmi, per vestirmi…

Tanto per dirvi le difficoltà che ho e abbiamo dovuto affrontare: questa bambina quando aveva qualche problema, la prima cosa che faceva era prendere gli altri per i capelli, lo faceva anche con me e la testa mi faceva male per tre giorni… 

Io ero una persona libera e mi sono lasciata prendere. Di fatto questa è stata una scuola, perché la mia sensibilità indubbiamente è cresciuta al 100%. E' cresciuto il coraggio di vivere perché devi risolvere momento per momento tutti i problemi cui ho accennato prima; però se do uno sguardo indietro dico che in fondo sono stata fortunata, perché sono uscita dall'ambiente familiare e qualcuno mi ha aiutato ad uscire, ma non perché stessi male in famiglia, ma per trovare uno scopo alla mia esistenza.

Inoltre, io ritengo che noi della Comunità siamo bravi perché è un fatto rialzare la testa quando uno vive una situazione di questo genere e nonostante tutto ritrovare il senso della propria vita; e quando sei capace di questo, di aiutare chi ti sta vicino, credo che sia il massimo e il Padre Eterno lo vede.Credo che la Comunità si sia sviluppata anche grazie a questi sacrifici, tutto sommato silenziosi. 

Se non ci si fossilizza a piangere su sé stessi e non ci si ripiega sulla propria disperazione, ecco cosa si può ottenere. Noi abbiamo tentato di alzare la testa per noi e per gli altri e credo che questo sia stato uno scopo continuo, perché il coraggio di vivere il quotidiano, mi hanno detto, è una spianata infinita e questo lo dico anche sul mio libro. La necessità è quella di ritrovare l'energia ogni mattina di ricominciare da capo,  come è successo a me anche quando la ragazza di cui raccontavo prima era aggressiva, una volta m'ha buttato per terra e sono andata a finire al pronto soccorso e ho avuto la pazienza e l'affettività di ricominciare, di condonare quello che anche tutto sommato non era neanche piena responsabilità sua. 

Marino Sinibaldi

Vorrei ritornare con Dorina alla storia delle donne in Uganda, a questa rete soprattutto femminile con la loro forma di civiltà, per noi sorprendente… 

Dorina Tadiello

L'incontro con la gente del nord dell'Uganda è stato l'incontro con una realtà molto raffinata dal punto di vista umano anche se in genere noi abbiamo in mente il cliché che l'Africa sia selvaggia, primitiva. Queste persone, invece, hanno un culto speciale della vita, la celebrazione, il rispetto della persona; ad esempio proprio in quelle terre dove c'è un alto tasso di mortalità sia infantile che adulta, nonostante tutto i bambini che rimangono orfani vengono presi come figli di tutti. C'è un modo di vivere molto raffinato e sofisticato dove ognuno ha un ruolo e un'importanza, dove non importano le condizioni personali.  

La mia vicina di casa mi raccontava che da piccolina soffriva di epilessia e un giorno cadde nel fuoco mentre giocava ustionandosi il viso, lasciandolo deformato per sempre. In seguito è  diventata anche lebbrosa, aveva  perso anche tutte e due le mani; questa donna comunque era regolarmente sposata con 6 figli, uno più bello dell'altro e con questo voglio dire che ha difeso il suo diritto di vivere la propria femminilità e la propria maternità.

Io ho lavorato molto anche con donne sieropositive, ho voluto aiutarle prima di arrivare alla morte, e le ho aiutate a scrivere qualcosa ai loro figli producendo una sorta di diari che loro hanno lasciato a ricordo della storia della famiglia, e devo dirvi che sono di un toccante incredibile. Mi ricordo di una donna che scrisse di suo figlio: "tu sei stato il modo più bello con cui Dio poteva manifestare il suo amore per noi". Un'altra mamma al suo bambino piccolo, poco prima di morire, diceva: "io vedo in te la gloria di Dio". Un'altra mamma scriveva: "io sogno per te che tu possa avere sempre una guida spirituale, soprattutto nei momenti più difficili della tua vita e che tu non perda mai di vista che qualcuno dall'alto ti segue".

Insomma io ho conosciuto un mondo estremamente ricco, ricco di calore, di accoglienza, lì l'accoglienza è veramente un rito, è molto forte, la gente ti comunica un calore che è veramente grande. Quando vedo qui in Italia come sono accolte le persone che arrivano dall'Africa, io provo un dolore così grande che voi non potete immaginare, se penso che arrivano da culture, da mondi, dove l'accoglienza è un rito, è sacro dove viene fatto con una raffinatezza e un modo così squisito. Non riesco ad immaginare come possono veramente vivere in un contesto così, proprio loro che puntano tutto sulla persona e il suo valore all'interno della società.  

Marino Sinibaldi

Sicuramente vi ha colpito molto questo racconto dei diari che le mamme in Africa lasciano ai propri figli, è un vero e proprio piccolo genere letterario, una pratica diffusa in alcune zone dell'Africa e di cui sappiamo pochissimo. C'è a proposito di ciò un piccolo libretto molto interessante edito da Bompiani dal titolo "La figlia perduta. La favola dello slum" scritto da Calaciura Giosuè. C'è poi un grande scrittore svedese di best sellers di cui adesso non ricordo il nome, che ha inventato un personaggio, un investigatore molto noto; ebbene questo scrittore ha investito tutti i suoi soldi in un progetto che è questo della raccolta, della pubblicazione, diciamo valorizzazione, per aiutare queste madri malate a scrivere i diari-testamento, messaggi che hanno questa struttura. Io ne ho letti alcuni e sono veramente straordinari, non si può definirli come un genere letterario però hanno questa raffinatezza come diceva prima Dorina. 

Adesso però dobbiamo parlare dell'Ebola… Questa è una storia di coraggio, di comunità anche, di solidarietà; è la storia di una delle epidemie più feroci, perché l'Ebola è peggio dell'Aids, ha una viralità, una contagiosità mostruosa, stermina in poco tempo intere famiglie. 

Dorina Tadiello

Si, l'Ebola è un virus letale, è il virus delle guerre batteriologiche, perché non esiste nessuna cura, perché con una rapidità impressionante dilaga e uccide le persone. All'inizio la gente è rimasta sconvolta perché di questa cosa non si era mai sentito parlare e quindi non si riusciva a capire che cosa fosse. Non è stato facile arrivare alla diagnosi di questa malattia appunto perché è zona disastrata, è zona di guerra, la mortalità è alta.

Vi racconterò la storia di Matthew, un medico africano di 45 anni che è il direttore di un ospedale di una diocesi dell'Uganda, un uomo che si è laureato in una delle migliori università dell'Africa che a quel tempo aveva tutti insegnanti inglesi e americani, quindi una delle università più prestigiose. Dopo la laurea è stato a Liverpool a fare un Master sulle malattie tropicali e gli avevano proposto la cattedra. Un uomo estremamente brillante e capace ma che ha rifiutato per ritornare tra la sua gente in una zona di guerra in un ospedale africano. Dato che il governo richiedeva anche un'altra laurea in Malattie Infettive si trasferì a Campala per tre anni a studiare Malattie Infettive. Il 30 settembre del 2000 ritorna con questa nuova specializzazione in malattie tropicali nella città dove c'era questo ospedale e poter essere finalmente direttore di questo grande centro, considerato uno dei più grandi anche dell'est Africa.

Durante la prima settimana tre infermieri della scuola infermieri, muoiono all'improvviso uno dopo l'altro e Matthew, che era appena arrivato, una notte prende tutte le cartelle cliniche della medicina e il giorno dopo va dal Governo e dice: noi abbiamo l'Ebola. L'Ebola ovviamente è una malattia che ha terrorizzato, perché in Congo aveva ucciso nella precedente epidemia 60 tra infermieri, tra personale medico e paramedico. Era quindi una malattia che ovviamente terrorizzava le persone. Si diffonde il panico, si diffonde la paura. Il dottore chiama tutto il suo personale e dice: "di fronte a questa situazione noi non possiamo obbligare nessuno di voi a lavorare in questo ospedale. Noi chiuderemo l'ospedale e faremo solo un reparto per i malati di Ebola e organizzeremo tutto il territorio con un'opera di controllo per impedire che il virus si diffonda. Faremo un grosso reparto qui per i malati, ma io accetterò solo quelle persone che si offrono volontariamente, qui nessuno sarà forzato; io comunque non me ne vado, non potrei più fare il medico per il resto della mia vita. Quindi io sarò qui e ci resterò fino alla fine dell'epidemia". Si sono offerte subito un centinaio di persone. 

Dovete pensare che ogni persona che veniva ricoverata doveva dare il nome di tutte le persone che aveva incontrato negli ultimi giorni; tutte queste persone venivano registrate e seguite e al primo sintomo isolate e ricoverate in ospedale. Questo è stato l'unico modo per poter controllare la diffusione della malattia.

Io a quel tempo ero a Campala perché la provinciale era andata via e mi aveva chiamato a sostituirla per un po' di tempo e quando ho sentito di questo problema nell'ospedale, sono partita. Sono arrivata a Gulu e il dottore mi disse: "sai Dorina, io ho molti infermieri ma mi manca un medico" e io gli ho detto che mi sarei fermata lì e sono rimasta con loro fino alla fine.

Ho seguito tutto il caso Ebola con tutte le sue vicende e le sue crisi, perché nel giro di poco il personale ha cominciato ad ammalarsi. Circa una quarantina si sono ammalati di Ebola e 12 sono morti. L'ospedale quindi ha pagato un prezzo molto alto, voi non potete immaginare le crisi anche tra il personale ogni volta che uno moriva…

La prima a morire è stata Grace, una ragazza di 28 anni. Mi ha raccontato la sua storia: aveva 2 bambini piccoli e un giorno mi disse: "sai, quando ho deciso di venire qui ho fatto un sogno, che sarei morta, non sarei più uscita viva e questo sogno mi ha impressionato molto, perché io ho due bambini piccoli e nello stesso tempo non riesco a pensare di potermene andare via". Prima di morire ha voluto fare dei canti, ha voluto cantare. Io ero lì con gli altri, aveva la lingua gonfia, non riusciva a parlare, tra l'altro in alcuni casi anche la lingua si staccava. Ha voluto cantare dei canti presi dai testi di Isaia dove diceva: "io sono stato mandato per annunziare ai poveri il lieto annuncio". Poi ha voluto cantare le beatitudini e alla fine ha voluto cantare un altro canto che diceva "la tua morte Signore è il segno della donazione totale". E mentre stava ancora parlando è spirata.

Grace ha voluto dire che ha dato tutta sé stessa, ma questa morte non la subiva. Poteva anche avere sentimenti di rabbia, poteva dire, va bene insomma, io ho scelto di aiutare in un momento difficile, ma perché il Signore mi prende pure la vita?  Tutti quelli che sono morti, che ho assistito, a cui sono stata vicina, sono morti tutti così, senza arrabbiarsi, anche se ne avrebbero avuto tutto il diritto, invece come Grace non hanno subito la morte, ma l'hanno donata. Il dottor Matthew diceva: "ma pensa Dorina, durante una tragedia così grande le persone si sono offerte di lavorare volontariamente"; infatti lavoravano spesso giorno e notte in situazioni difficilissime, con un caldo difficile, la mascherina, il grembiule di plastica sotto e uno di plastica sopra, gli stivali…insomma il sudore colava ed era veramente pesantissimo, oltre al dover prestare tantissima attenzione per non contaminarsi. 

Poi si è presentata una grossa crisi, quando nella notte tre infermieri sono morti e il mattino dopo nessuno si è presentato al lavoro. Tutto il personale si riunì in assemblea, volevano parlare con il dottor Matthew; è stato lì un'ora e mezza, poi è tornato in reparto, e un infermiere mi raccontò: "sai, il dottore è stato molto bravo, ci ha ascoltato, ci ha capito, la gente diceva basta, stiamo morendo, noi non vogliamo più venire, ma insomma, lui è stato così bravo che alla fine tutti noi abbiamo deciso di tornare al lavoro!" Quando è tornato Matthew ho chiesto anche a lui com'era andata e lui mi rispose: "sai Dorina, per questa volta è andata bene, il personale ancora una volta ha risposto, però mi aspetto altre crisi, ma anche se verranno altre crisi io qui ci starò fino alla fine e da qui non mi muoverò, potranno morire degli altri, ma io finché starò in piedi qui ci restarò!"

Alla fine si è ammalato anche lui, è stata un'esperienza molto sofferta perché Matthew era considerato dal personale, dalla gente, un uomo straordinario, un uomo dalla grande carica, l'uomo leader, l'uomo simbolo e quando lui si è ammalato, è sembrata la fine di tutto. C'era uno scoraggiamento totale. Anche il dottor Matthew ha chiuso con la vita chiedendo alla moglie che gli leggesse il cantico d'Isaia.

Ha lasciato veramente un ricordo enorme, oltretutto era un protestante in un ospedale cattolico, un protestante che ha chiesto nel suo testamento di essere seppellito in questo ospedale cattolico, a cui aveva donato la vita, come una missione. Anche i funzionari dell'OMS sono rimasti impressionati da questa storia, dicevano di non avere mai trovato un uomo della sua statura e del suo valore, mai visto delle storie così, di giovani che sono morti in questo modo… 

Marino Sinibaldi

Forse le storie sono finite, forse, non lo so, però avete delle domande? Marisa vuoi chiedere tu qualcosa a Dorina? 

Marisa Galli

Che cosa gli posso chiedere? È talmente chiaro il messaggio che ha portato… 

Marino Sinibaldi

Quale è il messaggio? 

Marisa Galli

È la donazione totale di sé. 

Marino Sinibaldi

Io vorrei capire una cosa: il coraggio vero è di chi cerca una cosa e in qualche modo è disposto pure a mettersi in discussione, cosa che nell'informazione dovrebbe accadere sempre. Per esempio in questa eterna questione del profilattico e dell'Aids, quale è la vostra pratica, non la vostra idea, la vostra pratica. Io vengo da Roma dove questa sera si terrà uno spettacolo, che poi girerà per l'Italia, di Marco Baliani e di Amref, che si intitola "L'amore è buono", una ballata ai tempi dell'Aids, un musical fatto dai ragazzi di strada di Nairobi, 17 tra ragazzi e ragazze. E' un vero musical, tutto rap, altro che Jovanotti casereccio che vi abbiamo fatto ascoltare, quelli sono testi rap scritti dai ragazzi di strada di Nairobi che raccontano le loro storie di Aids. Questi ragazzi di Nairobi, Dorina, fanno questo spettacolo, raccontando appunto la lotta all'Aids ed è tutto uno spettacolo sui profilattici, è solo profilattici, li mostrano continuamente, è una cosa persino ossessiva. Lo spettacolo è didascalico, è didattico, vuole dire ai ragazzi come si usa. Amref, l'Associazione che ha organizzato questo spettacolo, ne fa un capo saldo della lotta all'Aids, però inevitabilmente questo apre dei problemi con i missionari. In questo spettacolo poi vengono molto presi in giro, non tanto i missionari, quanto i preti credo protestanti con le prediche che fanno sull'Aids, ma questo dovete sopportarlo, la satira è una cosa sana… 

Dorina Tadiello

Io personalmente ho investito molto in un discorso di educazione alla vita e all'amore,che si è diffuso molto in Africa in questi anni, a partire molto anche dalla cultura locale. Chi concepisce, ha concepito la sessualità e come la vede, con quale valore, ecc.. E questa mi è sembrata una cosa molto più bella, educare a dei valori e poi lasciare alle persone di scegliere responsabilmente, sapendo che parlando di vita e di morte, si parla di fare la scelta più responsabile. A me è sembrato questo l'atteggiamento più importante. Diciamo anche che da noi il profilattico non era neanche accessibile, disponibile. Non era certo neanche la risposta alla situazione, però quello che a me è sembrato molto buono è lavorare insieme alla gente, incominciando con gli anziani, con i genitori, le persone che hanno un ruolo educativo, poi con i giovani. Io in questo ho trovato delle cose interessantissime, perché ai giovani piace molto discutere di affettività, di amore, di sessualità. Io penso che la cosa più importante sia parlare della vita, sono innamorata della vita e dei valori che rendono la nostra vita bella e grande e ai giovani dicevo: con molta responsabilità, fate le vostre scelte. 

Marino Sinibaldi

Vorrei fare una domanda simile a Marisa, però diventa molto delicata che la coinvolge direttamente: in questi giorni si discute molto, a partire dal caso di Piergiorgio Welbi di cosa è la vita, il corpo.. avrai sicuramente seguito questi dibattiti sulla buona morte, quale è il tuo punto di vista? Io premetto che non sono cattolico, e credo che una cosa che i cattolici dovrebbero insegnare è la carità… 

Marisa Galli

Io penso che non si può mettere mano alla vita, non si può dare quel permesso alle persone. E se mettiamo mano alla vita non so che senso ha allora andare in un ospedale psichiatrico ad aiutare la gente o aiutare un disabile che deve soffrire a vita. Che senso ha? O la riteniamo valida questa esistenza e la viviamo nonostante le difficoltà, con i valori che diceva lei prima, oppure mettiamo mano… Partite dal mio esempio, eccomi qua, voglio dire, chi avrebbe mai immaginato la vita che poi ho vissuto, invece mi è successo di poter trasformare la mia vita, grazie al contesto, a chi mi ha dato una mano, a partire da miei quesiti: io ho partecipato, personalmente, e non è che mi hanno dato la pappa ed ho consumato quella…anzi. 

Marino Sinibaldi

Queste storie si fermano qua. Se avete delle domande da fare… 

Intervento

Io volevo ringraziare suor Dorina per il suo racconto, è stato assai emozionante nonostante la lucidità e l'assenza di indugi. Volevo dire che io credo che, ad esempio attraverso i medicinali, noi esportiamo in Africa anche i nostri valori, un'idea di sviluppo che poi non corrisponde a quella effettiva, reale. In Africa come lei ci diceva prima i genitori dicono ai figli: "spero che tu da grande abbia dei grandi valori", mentre da noi tutt'al più dicono: "vai e fai tanti soldi". Questa differenza sta nel fatto che i soldi e il lavoro interessano più che il tempo, il tempo per investire anche nelle relazioni umane. Mi chiedo allora quanto sia giusto portare in Africa qualcosa quando poi attraverso questo qualcosa si trasmette anche dell'altro… 

Dorina Tadiello

E' una domanda molto interessante, una domanda che ci provoca molto tutti i giorni, perché nell'incontro tra i popoli, portando anche delle cose buone, con tutta la buona volontà, si portano anche altre cose e si cambiano i contesti culturali. Un giorno mi trovai con un gruppo di donne sieropositive, ormai vicine anche alla morte, parlavamo della morte e raccontavano come loro lo sentivano questo avvicinarsi e di come lo vedevano; dicevano che lo vivevano con la fede e che alcuni passi della scrittura davano loro luce. Una di loro disse: "questa cosa mi ha illuminato, io andrò ormai in Paradiso presto però queste cose che io leggo, queste cose che mi ripeto dentro, sono per me già uno squarcio di cielo che mi ha trasformato, che mi rende così". Dicevano che i missionari avevano fatto tante cose buone ma ne hanno fatte anche di sbagliate: tra le positive dicevano di aver portato qualcosa alla loro religiosità e questo lo percepivano come un grande dono.

Io penso che l'incontro tra i popoli, le culture, può veramente generare delle cose anche molto belle, cercando di mettere insieme il meglio, ma certamente bisogna poi stare attenti anche ad altri possibili effetti che ci possono anche essere, effetti che fanno parte delle storie umane. Credo che anche la chiesa missionaria debba riconoscere i suoi errori storici.

Alcuni anni fa avevo creato un contatto con dei gruppi qui in Italia e una donna di Gulu veniva con me per incontrare la gente affinchè lei di persona parlasse della sua realtà e si creasse un po' questo senso di vicinanza, questa comunione tra i popoli. Dopo aver incontrato diversi gruppi qui in Italia, un giorno la mia amica africana ha incominciato a piangere e ha detto: "ma questo è il tuo paese? Ma questo è un paese morto! La gente è fredda, la gente non desidera niente, la gente non sa celebrare, la gente è morta… Noi verremo qui a salvarvi…".

Io penso che se davvero noi avessimo meno paura del diverso e valorizzassimo il patrimonio che ci sta arrivando, ci arricchiremmo  molto. Noi non ci rendiamo conto del patrimonio che c'è dentro in tutta l'Africa e che sta arrivando qua. Se noi sapessimo valorizzare tutto questo, la nostra vita cambierebbe. 

Don Franco Monterubbianesi*

Io vi richiamo all'appello "Diamo voce all'Africa" come trovate scritto anche nella cartellina che vi hanno consegnato. Siamo in piena crisi di civiltà, e come diceva prima Vinicio, i poveri non hanno voce, anche in Italia, come in Africa. Vi segnalo a tal proposito la rivista "Solidarietà" che è molto bella. Noi dobbiamo veramente cambiare profondamente, penso che alla fine cambieremo anche nelle questioni di fondo, come per la contraccezione, tema su cui anche il Vaticano sembra cominci a capirne qualcosa…

Vi invito inoltre a partecipare questo giovedì 14 dicembre alle ore 10 a Roma ad un incontro sull'Africa cui parteciperà, anche il Redattore Sociale e l'UsigRai; attraverso questa presa di contatto, che con l'Africa possiamo fare in tanti modi come con la solidarietà e il volontariato, abbiamo modo di rilanciare la mondialità e il livello del servizio civile. Anche il Papa ha detto che questo modello di sviluppo va cambiato radicalmente per quello che facciamo all'uomo e per quello che facciamo alla natura. Quindi io dico che il tema dell'Africa è molto importante, che dobbiamo fare nostro, come presa di coscienza anche delle nostre possibilità umane, per arricchirci, per cambiare, soprattutto per cambiare. 

Intervento

Ringrazio voi tre, tutto quello che avete fatto e detto. Una sola parola mi è sembrata una stonatura minuscola, ma allo stesso tempo molto grave. Mi riferisco a quando lei, sig. Sinibaldi, che tra l'altro seguo spesso anche con molto piacere, ha usato il termine "forse", quando parlava dei conflitti, di questo conflitto in Uganda, ma potrebbe dirsi anche di tanti altri conflitti africani: lei ha detto che forse ha un coinvolgimento anche il mondo occidentale. Questo "forse" non ci voleva assolutamente perché l'attività di predoni  in Africa gli occidentali la attuano sistematicamente. Io sto lavorando in Africa come foto giornalista e si vede come questa influenza da predoni va a corrompere con il denaro, con dei valori che s'inseriscono malamente nel mondo più semplice, se pur certamente raffinato ed evoluto e rendono questi conflitti gravissimi, infiniti, arrivano ai genocidi e quindi al Rwanda, al Congo… Quel "forse" veramente in questo caso non andava detto. 

Marino Sinibaldi

Non dico più "forse"… 

Dorina Tadiello

Io ti ringrazio per questo intervento perché personalmente anch'io penso che questo conflitto è stato studiato a tavolino, è stato mantenuto a tavolino, usando la gente del posto, innescando processi di violenza, che poi diventano incontrollabili, perché la violenza genera violenza e diventa poi incontrollabile, le aberrazioni non si possono neanche pensare. Io penso che l'Occidente abbia delle enormi responsabilità, perché in gioco ci sono tutte le grandi risorse che sono indispensabili alla vita dell'Occidente. L'Uganda dipende al 50% dalla Comunità Europea nel suo budget e allora non può dire niente su questi conflitti? La Comunità Europea non può avere una voce forte? Io non  ho mai visto la volontà politica di arrivare veramente a una fine e probabilmente sono ancora in gioco grossi interessi. Potrà essere soltanto la mobilitazione dell'opinione pubblica internazionale che potrà fermare qualcosa in queste zone. Io sono perfettamente d'accordo che non c'è un "forse": i conflitti dell'Africa partono da altre sedi, sono studiati a tavolino da altre parti. 

Marino Sinibaldi

Non dico più "forse".

Intervento

A proposito di coraggio, io ascoltando le storie di Dorina e di Marisa, mi sono chiesta se ci vuole coraggio a non rimuovere l'ascolto, cioè la sofferenza o il disagio che danno anche solo l'ascolto di queste storie. Io credo che in molti casi, e questo forse è un tema anche legato appunto all'omertà dell'informazione, il dolore che provocano queste storie, quel senso di sofferenza psicologica, sia qualcosa che porta alla tentazione della rimozione e quindi dell'indifferenza, qualcosa che ci porti a dimenticarle, a ignorarle, a non farle veramente nostre. Questo può trasformarsi in un'occasione data all'informazione per non fare il proprio dovere, e così non raccontare. Vorrei chiederle Dorina: come resistere a questa tentazione? 

Marino Sinibaldi

Come resistere alla tentazione della rimozione… Vorrei che ti rispondesse anche Roberto Morrione perché anche dal mondo dell'informazione arrivi una risposta. La tesi di Tullia è che sono state talmente valorose e forti, che in qualche modo l'omologazione più o meno e la rimozione dell'informazione le cancella… 

Dorina Tadiello

No, io voglio dire che per quanto posso, con tutta la fatica che faccio ogni volta che io tento di dire qualche cosa, ricordo persone, ricordo situazioni, quindi per me non è una storia letta in un giornale. Sono visi, sono persone che ho amato, che ho incontrato. Quindi è una grande sofferenza, ma mi sembra che lo faccio come un dovere per avere la possibilità di aiutare gli altri perché questo possa finire. Allora nel mio modo cerco di farlo, nonostante tutta la sofferenza che questo mi provoca ogni volta. 

Intervento

Personalmente, anche dalla mia esperienza, non credo che ci sia una rimozione dell'orrore, anzi capovolgerei questo elemento. Credo che nell'organizzazione delle notizie, nelle scelte delle notizie, frequentemente si può utilizzare anche una storia terribile come quella dell'Uganda, vedendone esclusivamente la quantità di morti, dando un elenco estremamente arido e che non corrisponde ad un'analisi, a un approfondimento. Può esserci evidentemente nel singolo giornalista un sentimento di partecipazione fortissimo, ma escluderei che tra le cause che impediscono all'informazione di approfondire temi come quelli dell'Africa e delle guerre dimenticate e dello sfruttamento da parte dell'Occidente, ci sia questo tipo di sentimento. Ci sono motivi di altra natura. C'è ad esempio il fatto che inviare oggi giornalisti in Africa, lo si ritiene troppo costoso, ci sono problemi evidentemente anche di questa natura che influiscono, c'è un'indifferenza di tipo culturale, che a sua volta è causata da molte altre ragioni, ma certamente non credo che nei direttori dei quotidiani, ancor più negli editori, ci sia questo tipo di sentimento. 

Dorina Tadiello

Volevo aggiungere una cosa: a tutti i giornalisti che sono qui vorrei dire che stavo cercando con un gruppo di amici di fare qualcosa riguardo a queste situazioni e allora se qualcuno ci vuole aiutare e unirsi a noi, è ben accetto. Sappiate che c'è qualcosa che si sta muovendo e che si può muovere e che possiamo mettere in piedi insieme. 

Intervento

Io volevo fare una domanda a Marisa che ha detto che è tutto effetto della paura. Poiché il tema di questo seminario quest'anno è "Sotto il tappeto" le vorrei chiedere: dalla sua esperienza, dal suo vissuto quanto finisce sotto il tappeto per effetto della paura?  

Marisa Galli

Io mi riferivo alla paura individuale, perchè quando s'intreccia un rapporto con un disabile magari si potrebbe aiutare affettivamente così a sostenerlo nelle sue problematiche, invece la gente in genere si ritrae per paura di far del male e ne fa il doppio. Questa paura c'è, la paura del coinvolgimento affettivo.   

Intervento

 Ho la sensazione ascoltando i due racconti, che il coraggio si alimenta di coraggio e il coraggio alimenta il coraggio in qualche modo. Penso a Dorina che raccontava il coraggio delle donne malate, o alla fatica delle donne profughe, la sopravvivenza, la difficoltà; penso a Marisa, il suo coraggio ha alimentato il coraggio di altri e il suo coraggio si è alimentato del coraggio di altri. Questo è un aspetto. L'altro è riferito a noi come giornalisti, parliamo del coraggio del giornalista. Io volevo ribaltare, provare a raccontare il coraggio della vita quotidiana. Noi non raccontiamo più le storie ordinarie e le storie ordinarie sono spessissimo storie straordinarie. Siamo talmente alla ricerca di straordinario che non lo vediamo più, perché è sotto il nostro naso. 

Intervento

 Mi ha molto commosso il racconto di Dorina, soprattutto perché mi ha fatto sentire anche una certa complicità per una mia esperienza diciamo di storia familiare, dato che io ho due nonni che sono stati in Africa, uno in Eritrea e uno in Etiopia. Quando sono stata in Eritrea ho scoperto questa cultura profonda degli africani. Già noi dicendo africani facciamo un'offesa, perché non sono africani, ci sono gli etiopici, ci sono gli eritrei, ecc. Comunque a prescindere da questa terminologia, volevo dire che anch'io mi sono trovata a verificare cos'è la spiritualità di 800 ragazzi eritrei che uscivano da un cinema, che non avevano mai visto nella loro vita un film e uscivano in silenzio. Tenevano nel cuore la loro emozione. Io in Eritrea ho sentito per la prima volta pregare, vi confesso che non sono giovanissima, che ho una profonda religiosità cresciuta nel tempo e anche un po' a modo mio, però io prima di allora e parlo di 7 anni fa ma anche dopo, non ho più sentito pregare. Ero in una missione e ho sentito alle 5 di mattina delle voci e degli strumenti e mi sono chiesta che stesse succedendo; mi sono alzata e mi sono trovata in una chiesa dove ho sentito pregare. Quando sono tornata in Italia è stata una crisi fortissima perché mi sembrava che più che pregare, le persone che conoscevo e stimavo, stessero recitando.

Da un lato dunque siamo noi che abbiamo bisogno di conoscere gli africani e vi riporto un attimo a un passato che è stato dimenticato, che è quello delle colonie, dobbiamo andare a ripescare quel passato. Quando sono tornata dal mio viaggio in Africa, ho detto a tutti quelli che conoscevo: dovete andare assolutamente in Eritrea o in Etiopia, anche per un periodo breve, cambierà la vostra vita completamente. Vorrei così dire a Dorina, in un modo o nell'altro, di raccontare queste cose anche con uno scritto, perché credo che noi occidentali abbiamo bisogno di capire che abbiamo perduto quello che è la nostra dinamica più profonda con la realtà. Se uno vuole leggere informazioni sull'Etiopia o l'Eritrea, non può leggere solo giornali italiani, scusatemi, perché sono incompleti, assolutamente. Gli altri paesi, la Germania, l'Inghilterra, hanno una conoscenza di queste culture molto più profonda e noi dobbiamo colmare questo vuoto. 

Dorina Tadiello

Sono appena rientrata dall'Eritrea e sono assolutamente d'accordo con te. E' un paese che vive una situazione difficile, ma la dignità, la forza con cui la gente affronta la vita è veramente inimmaginabile per noi. Comunque vorrei dire che ho scritto qualcosa sulla storia dell'Ebola in un librettino che è già esaurito… 

Marino Sinibaldi

Daremo la caccia a questo libro…Vorrei chiedere una cosa a Marisa: prima Daniela accennava al coraggio della vita quotidiana e poi ha detto che il coraggio genera coraggio. Ora questo è vero se pensiamo al contrario, che la paura genera paura in genere…

Marisa Galli

Io sono stata in un certo modo delegata dalla Comunità per incontrare il pubblico, i giovani, raccontare la storia della Comunità, ecc. Quando uno parla e racconta in genere la gente ammutolisce, nel senso che poi si sente un po' spiazzata rispetto a una realtà viva e non sa più che dire. Però io ritengo che il coraggio genera coraggio solo dal fatto che la gente potrebbe pensare: se è riuscita quella a fare certe cose nonostante i limiti fisici e reali, forse qualcosa possiamo fare di più noi. Ecco il messaggio che voglio rimandare.

Intervento

Una domanda per Marisa. La cosa che mi ha colpito di più del suo intervento è la capacità di perdonare, perdonare Maria Pia che le tira i capelli, perdonare il papà di Maria Pia che pretende che sia lei a farsene carico, perdonare chi l'ha ritenuta un castigo di Dio quando era giovane, adolescente, ecc.. In merito a questa capacità di perdonare incredibile io ho due domande. La prima è se c'è qualcosa che lei ritiene davvero imperdonabile nella società di oggi, nel suo modo di rapportarsi all'handicap, perché tantissimo è stato fatto negli ultimi 40 anni da quando è entrata in Comunità, però tantissimo c'è ancora da fare… La seconda domanda è se come fonte di questa capacità di perdono basta un "carattere", una natura eccezionale di buoni, ecc., o se non c'è piuttosto una fede profonda, anzi ribaltando la domanda, se è possibile senza una fede profonda, arrivare a questa capacità di perdono.

Marisa Galli

Vorrei chiarire che vivendo in una Comunità da 40 anni uno si abitua all'accettazione delle regole che a volte condividi in pieno e altre no, per cui c'è un adattamento profondo di comunione con gli altri, nonostante i limiti che hanno. Per quello che concerne la fede, devo dire che io sono una credente convinta, nonostante le battute che ho fatto  prima, e ho visto il Padre Eterno durante la mia vita, passo passo, sennò non sarei arrivata dove sono arrivata, morivo nella contrada di S. Lucia anonima, dalla culla alla tomba…

Marino Sinibaldi

E riguardo a quello che dicevi prima sulla paura dell'affettività…

Marisa Galli

Si, questo aspetto morale di negazione che è stato reale, che è stato cancellato non perché non ci siano difficoltà concrete di cui si deve prendere coscienza per carità, ma negare non va bene lo stesso. Il Vangelo dice che non si vive di solo pane, voglio dire, di aspetti materiali, con le difficoltà quotidiane costa quello che costa e penso che un amore profondo, vero, sia una compensazione…poi c'è chi attinge alla fonte divina, chi attinge a quella umana, però quello è…

Intervento

Io mi riallaccerei a quello che diceva prima una ragazza, ossia che non scriviamo queste storie perché ci fanno molto orrore. Io parto dal presupposto che di fatto storie come queste trovano un po' di spazio sui media, allora mi chiedo se per caso non è che dietro a questo scarso spazio di fatto c'è un po' di cattiva coscienza? La marginalità, l'ha detto don Albanesi all'inizio, non ha di fatto spazio, non è più un interlocutore, sta in quel 30% e non in quel 70%... Questo stesso discorso vale anche per il grande assente di oggi, che è Saviano, perché le storie di camorra che ha raccontato non le vedi sul giornale. Anzi nel suo libro lui è molto critico spesso per il ruolo che hanno i giornalisti nel raccontare queste storie, nel non raccontare queste storie e nel non volerle neanche vedere, penso. Allora mi chiedo: c'è un po' di cattiva coscienza in questo? L'informazione non fa altro che riflettere la cattiva coscienza del mondo che consuma l'informazione e se è così cosa si può fare?

Marino Sinibaldi

Il grande assente di oggi, Saviano, dimostra anche un'altra cosa ossia che se uno queste storie le cerca e le scrive non è che vero che non trovano spazio, infatti il suo libro è stato pubblicato dalla Mondatori che non è l'editore in prima fila nell'editoria alternativa in Italia, anzi è uno degli editori più importanti. Io dico scriviamole pure queste storie, scrivetele. Io ad esempio non sapevo che Aberdeen, la città scozzese, è in mano alla camorra, l'ho scoperto leggendo Saviano che ci racconta storie che non sono state mai scritte, però è vero che da quando le ha scritte in molti le hanno volute ascoltare. Secondo me la storia di Saviano dimostra che c'è una realtà diversa da quella che immaginano i direttori dei giornali e anche noi operatori, o aspiranti tali dell'informazione, quando sosteniamo che storie del genere non esistono, che pure se le cerchiamo non interessano nessuno, che tutto è già stato detto… Qualcuno accusa anche Saviano di aver detto cose che sono state già dette, ma anche se fosse così, il fatto che vengano ridette e lette in quella quantità e con quella evidente incisività, ora senza arrivare alle minacce che purtroppo Saviano subisce, forse significa qualcosa. Il fatto è che si tratta di un libro interessante che ha aumentato la nostra sensibilità e persino mutato la nostra percezione, è una storia diciamo ambivalente nel senso che mi sembra anche una grande storia di speranza in un'informazione possibile e nel fatto che incontra persino un largo pubblico. Non a caso il libro di Saviano è già diventato un best seller…

Marisa Galli

Posso fare una domanda? Io penso però che oggi di storie particolari, difficili, di povertà, ce ne sono tante, e sia i giornali che la televisione fanno poco. Perché ad esempio Piero Angela che dedica un sacco di tempo a tanti aspetti, poi dedica un servizio di soli tre minuti ai disabili?

Intervento

Mi è venuto in mente che una volta il sociologo francese Alain Accardo scrisse che generalmente i giornalisti sono così condizionati dalla "cultura" del mercato che non se ne rendono neanche conto. Spesso viene messo alla testa di un'organizzazione giornalistica, di una redazione, qualcuno che viene sì considerato un grande professionista ma anche perché si ha la certezza che questa  persona generalmente abbia le stesse influenze, gli stessi "valori" del mercato e quindi gli stessi giornalisti poi vengono condizionati da tutto questo. È chiaro che questo ci porta molto lontano, dovremmo fare un dibattito specificamente su questo punto, però ritengo che, sia pure con un po' di cinismo, questa valutazione abbia un fondamento.

Marino Sinibaldi

Non sono d'accordo perché invece il caso Saviano dimostra che il mercato ci sarebbe, il libro "Camorra" di Saviano non è forse attualmente il più venduto in Italia? Un libro sulla camorra che diventa un best seller… non va contro un'idea di mercato?

Intervento

La  logica del mercato significa la logica del consumo, la logica di alcuni modelli…

Marino Sinibaldi

Su questo non c'è dubbio. Allora se non ci sono altri interventi chiudiamo salutando e ringraziando moltissimo Dorina e Marisa che hanno avuto anche il coraggio di condividere le loro storie con noi.


* Testo non rivisto dall'autore.