Il welfare tra lobby e lotta tra poveri. Aspettando il reddito minimo

28nov2015

Al XXII seminario Redattore sociale il confronto tra il sottosegretario Pierpaolo Baretta e Cristiano Gori. Il sottosegretario: “Detrazioni, deduzioni, pensioni: va ripensata l’agenda del welfare”. Gori: “Pagati 20 anni di immobilismo. Ci sono dei segnali di competizioni tra fragili”

Il welfare tra lobby e lotta tra poveri. Aspettando il reddito minimo

Le frontiere del welfare. Su questo si sono confrontati a Capodarco, nel contesto del XXII° seminario per giornalisti di Redattore Sociale, Pierpaolo Baretta, sottosegretario all’Economia, e Cristiano Gori, docente di Politiche sociali alla Cattolica di Milano, direttore di Welfare Oggi e coordinatore dell’Allenza contro la povertà. Un incontro moderato dal giornalista Stefano Caredda, che in apertura ha snocciolato alcuni dati: la spesa pubblica e fatta di uscite per 826 miliardi di euro; i dati dicono, poi, che nonostante l’austerità i Paesi Ue hanno accresciuto la spesa sociale complessiva. Ma i fatti hanno anche dimostrato che non è vero che i cittadini starebbero meglio se lo Stato spendesse di più: l’aumento dei livelli non significa un aumento degli indici di benessere, né è vero che l’austerità uccide. Importante non è quanto si spende ma come lo si sa.
Sulla base di queste premesse, Baretta e Gori hanno parlato del welfare del futuro, partendo dalla lettura del passato e passando per le problematiche del presente.

“Sgombriamo un luogo comune: se si parla di welfare non si parla di poveri e sfigati. E’ condizione generale del benessere sociale – ha attaccato il sottosegretario Baretta -. E’ una invenzione recente e soprattutto è importante aver presente che ha un’origine mutualistica: lo Stato viene dopo. Nel welfare ci sono le pensioni (trasversali alle classi sociali), la sanità, la scuole e l’educazione, oltre all’assistenza. Sostanzialmente per sanità, scuola è prevalsa una concezione universalistica rispetto a una concezione contributiva o reddituale. La spesa sociale italiana è il 30% del Pil, le pensioni il 15%, la sanità l’8%. Il rimanente è tanto e si frantuma facilmente”. Non solo: “Il welfare viene erogato attraverso prestazioni, contribuzioni (pensioni) e attraverso una terza voce molto importante e poco analizzata, vale a dire detrazioni e deduzioni. Ogni italiano in denuncia dei redditi ha a disposizione 700 voci circa per un valore complessivo di minori entrate per lo stato di 250 miliardi di euro. Bisognerebbe avere il coraggio di metterci le mani. Alcune potrebbero essere orientate a favore di altre voci di spesa. Esempi: sono detraibili le spese per le lenti da vista: mia madre è pensionata ed è giusto, io faccio il deputato e posso pagarmele. Il fatto è che sono disancorate dal reddito. Stessa cosa per il mutuo sulla casa. Questo elemento apre uno scenario di discussione delicato ma molto rilevante: qualche miliardo si potrebbe ricavare modificando i criteri. Ai fini di un ripensamento della spesa, occorre decidere dove si trovano”.

Ma come sarà il welfare? Lo Stato ce la farà o dobbiamo immaginare un nuovo welfare che non sia solo pubblico e riprenda pezzi di mutualità? Per Cristiano Gori, il welfare italiano sconta i 20 anni della seconda Repubblica, “dove queste politiche non sono state sviluppate. E ora si dice che non ci sono più soldi. Ultimamente si è aperto il dibattito su una misura generale contro la povertà, ma il reddito minimo andava fatto prima. Ora il nostro mondo si è sviluppato poco, deve crescere ma non ci sono più le possibilità. I poveri assoluti sono passati dal 3,1 al 6,8 dal 2007 al 2014, e le persone anziane sono in costante crescita. Tutti esprimono domanda sociale a cui sarà molto complicato rispondere”. Non solo: "la natura della politica è quella di fare scelte, decidere su chi puntare e a chi togliere. Oggi trovare i soldi per qualcuno significa non darli a qualcun altro. La sfida dei prossimi anni è quella di governare certi processi”.

Dunque, in termini generali non è vero che i soldi non ci sono. Ma come si formano le scelte della politica sulle priorità? Baretta non ha usato mezze misure: “Si sceglie per grandi tendenze di fondo, orientamenti di carattere generale che i diversi governi o attori decidono. Poi sono le capacità di lobbies di creare condizione sociale emergente con cui la politica deve fare i conti. Per esempio: gli ammalati di Sla sono riusciti a creare una pressione sociale forte a prescindere dal numero, esprimendo un problema vero ed essendo capaci di fare in modo che se ne tenesse conto. Così oggi la povertà è stata assunta perché attorno a numeri veri c’è una percezione sociale che ha creato un consenso ampio”. Sulla questione della capacità dei malati di Sla di farsi ascoltare è tornato anche Gori, la cui lettura però è apparsa più critica: “In questo mondo di risorse scarse ci sono segnali di lotta tra poveri sempre più forti. Nel bilancio dei comuni si vede benissimo: negli ultimi 5 anni, la spesa per la disabilità ha superato quella per gli anziani. E gli anziani sono molti di più dei disabili... Poi c’è il tema di chi aiutare. Renzi ha scelto i poveri con figli. Ci sono dei segnali di competizioni tra fragili sempre più evidenti”. 

Bonus contro servizi. Le associazioni chiedono più servizi, Renzi risponde con il bonus di 80 euro e quello per le famiglie con figli. “Io posso sostenere che con gli stessi soldi si potevano fare più asili nido, ed era meglio per tutti – afferma Gori -. Ma fare cose utili e ottenere consenso non vanno di pari passo. Il bonus arriva in un anno, fare i nidi richiede più tempo e con esiti incerti”. Risponde Baretta: “stiamo provando di passare dalla spesa storica ai fabbisogni standard dei comuni. Non più o meno rispetto a prima, ma rispetto al bisogno reale. Se riusciamo ad applicarli cambiamo la natura della spesa”.

Quel che è certo, è che la povertà assoluta è entrata nella legge di Stabilità. Con una quantità di risorse importante. Un aspetto ribadito da Baretta: “Quello che mi sembra importante, più che le cifre (non marginali, 600 milioni quest’anno e 1 miliardo l’anno successivo) è il segnale di inversione di tendenza. Dal 2008 al 2010 i fondi sobo stati quasi azzerati, poi c’è stata una leggera ripresa. Per esperienza so che se un tema passa dai convegni alla legge di Stabilità non torna più indietro. E il fatto che adesso vi sia entrato significa che non si tornerà indietro”. Ha aggiunto Gori: “Il governo Renzi può dire che è quello che ha fatto di più contro la povertà, però contemporaneamente è ancora molto meno di quello di cui ci sarebbe bisogno. Sul giudizio su Renzi c’è il giudizio sul passato che ci portiamo dietro. Un miliardo per aiutare le famiglie povere con figli, oltre a percorsi di inclusione sociale e lavorativa, è un grande risultato, la sfida sarà passare da una misura dalle famiglie con figli a una misura per tutti i poveri. A regime ci vorrebbero 7 miliardi di euro”.

E se è vero che sui media si è parlato poco della misura contro la povertà, e si è parlato molto invece della proposta Boeri (sussidio per gli over 55), e poco o nulla del piano del governo, rimane sul piatto la proposta dell’alleanza contro la povertà di un reddito per l’inclusione sociale. Ma perché questo possa essere istituito, occorre aprire la discussione non solo sull’intero capitolo sociale ma anche, per esempio, sulle pensioni. In chiusura è proprio Baretta a spiegare il perché: “Oggi la pensione minima è 400 euro e rotti, non sostenibile se la consideriamo come riferimento. Se si fa un reddito minimo e lo si porta a 700 euro, occorre ripensare, quiondi, proprio la struttura delle pensioni. Ripensare una pensione minima di base, contributiva, a cui aggiungere la previdenza complementare. Ma questo costerà 15 miliardi senza una rivisitazione complessiva. L’introduzione della misura sulla povertà dovrà modificare il tema della redistribuzione, compresa la ridefinizione della no tax area. Insomma, va riorganizzata l’intera agenda del welfare”. (daiac)

Guarda il video dell'intervento di Pierpaolo Baretta e Cristiano Gori al Seminario "Frontiere"